Benedetto Todaro: ecco perchè Roma non fa più scuola nella cultura

Roma, capitale culturale o città immobile? Il dibattito è aperto da tempo, almeno da quando la città ha iniziato a legare la propria immagine alle inefficienze del governo locale degli ultimi anni. In questo scenario un ruolo di primo piano lo hanno senz’altro i creativi. Ma come è cambiato il ruolo dei creativi a Roma negli ultimi anni? E come sono cambiati i creativi stessi della Capitale? “La tentazione è di rispondere in modo lapidario: ‘sono cambiati così come è cambiata la stessa città di Roma’. Credo sia proprio così, anche se da motivare in modo un po’ più dialettico” spiega il professor Benedetto Todaro, architetto e direttore scientifico di Quasar Institute for Advanced Design, punto di riferimento da quasi quarant’anni della cultura del progetto a Roma e non soltanto.

Un Caput Mundi in cerca di identità

“Roma sembra legata a un destino che ne fa da sempre una realtà contraddittoria, nobile e cialtrona, aulica e sciatta a un tempo, insomma un vero e proprio Caput Mundi provinciale che la pone dietro alla più scialba e insignificante cittadina d’oltralpe per quanto riguarda tutto ciò che occorre (servizi, pulizia, funzionamento, rispetto del cittadino, qualità della vita civile) e al vertice delle più importanti città del mondo sul piano simbolico e rappresentativo” spiega Benedetto Todaro.

“Ospitare le sedi del Potere del resto qualche conseguenza dovrà pure averla: un tempo centro dell’Impero, poi nell’età di mezzo quasi abbandonata e inselvatichita, poi nuovamente centro dell’impero: questa volta quello cattolico, poi capitale della Repubblica e da allora vittima di un mai risolto conflitto tra attitudine laica e propensione confessionale; tra senso dello Stato e cinismo opportunistico. Tornando alla definizione lapidaria dell’apertura, potremmo anche aggiungere  che Roma è cambiata come è cambiata la politica: basso profilo, incultura e nessuna visione per il futuro”.

Perché i creativi a Roma non operano in quanto romani

Prosegue il professore Benedetto Todaro: “Tornando al mondo del Design, si può osservare che ciò che manca alla Roma di oggi, e quindi anche agli artisti, intellettuali creativi e progettisti operanti a Roma è riconoscersi e operare in quanto romani. Non è stato sempre così, Senza necessariamente riandare alle antiche glorie della Firenze (e della stessa Roma) del Rinascimento, fino alla metà del Novecento e poco oltre, Roma è stata un centro propulsivo di cultura radicato nella storia e al tempo stesso feconda culla di avanguardie: i decenni a cavallo dell’ultimo conflitto e poi fino agli anni Sessanta hanno visto non solo la Roma di Cinecittà e dei divi a Via Veneto che ne costituiva la punta di massima visibilità, ma la presenza di importanti cenacoli letterari e artistici con poeti, scrittori, galleristi, registi e intellettuali del calibro di Ungaretti, D’Orazio, Perilli, Pellegrini, Sacripanti, Sinisgalli, Argan, Bucarelli, Calò e Pedio… Una generazione creativa che ha fatto di Roma un luogo di elezione della produzione intellettuale e riferimento significativo di livello mondiale. Ha agito a Roma fino agli anni Ottanta del Novecento (quindi anche nel periodo di inizio del Quasar) un movimento aggregativo, una forza che tendeva ad avvicinare similes cum similibus. Manifestazione tipica di questa forza, i numerosissimi studi in cui si riunivano studenti, architetti e cultori di design. Ci si riuniva in studi non tanto per svolgere la professione, quanto per studiare, discutere, ricercare, confrontarsi”.

Di unico la città ha ormai soltanto le testimonianze del passato

E adesso? “Oggi” spiega Benedetto Todaro “non è più rintracciabile una Scuola Romana, un centro di elaborazione dotato di propria identità e autoalimentato dalle interazioni interne tra i vari ambiti espressivi. Qualcuno potrebbe considerare questo un bene nell’epoca della globalizzazione: guardare fuori del proprio orticello può apparire segno di positiva apertura mentale, se non fosse che aprirsi al mondo non deve accompagnarsi con l’annichilimento della propria natura altrimenti non si vede perché mai il mondo dovrebbe guardare a te, prenderti in considerazione, desiderare conoscerti. Si viene a Roma per quello che ha di unico, non per i suoi Hilton o McDonald’s globalizzati”.

Già: “Oggi a Roma di unico restano solo le testimonianze storiche” aggiunge Benedetto Todaro. “Non esiste una identità culturale della Roma contemporanea proprio in un periodo che tende a valorizzare più i caratteri civici, le identità urbane piuttosto che quelle nazionali. Dal punto di vista culturale e creativo non si parla più di Italia, Francia, Inghilterra o Stati Uniti, quanto piuttosto di Milano, Parigi, Londra o New York e Los Angeles. Oggi a Roma non sembra di poter rintracciare personaggi di levatura paragonabile a quelli citati, né significativi luoghi o istituzioni in grado di agire svolgendo azioni propulsive. Ogni designer operante oggi nell’ambiente romano – e ce ne sono di talentuosi,  sia tra la vecchia guardia sia tra i giovanissimi – opera individualmente, elabora in modo autonomo i suoi temi guardando – quando guarda fuori di sé – più alla scena mondiale che a possibili radicamenti locali. Per questo ritengo importante che una scuola, un’istituzione dedita alla formazione, ponga un’intenzione particolare nel costruire un’identità legata al contesto e favorisca occasioni di confronto e collaborazione tra i suoi docenti, studenti e diplomati. Far questo chiede una analisi, una riflessione, seguite da una coerente presa di posizione sulla condizione dell’ambiente in cui è chiamata ad operare, una consapevolezza e la conseguente militanza nella direzione che si ritiene giusta.  Roma contemporanea non sembra puntare più sull’avanzamento corale, sullo scambio, la partecipazione e sulle possibilità di ricreare le condizioni di un laboratorio urbano a coinvolgere progettisti, committenti, artigiani e produttori, critici e organi di informazione. Non so se sia possibile ricucire a Roma un tessuto creativo che altre epoche hanno conosciuto e di cui oggi rimangono ben poche tracce slabrate, ma al tempo stesso non vedo come sia possibile esimersi dal provare. Considero Quasar Institute for Advanced Design una realtà volenterosamente militante in questa direzione, ma con la consapevolezza di essere rari nantes in gurgite vasto”.

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